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Associazione "Tano Mormina"

I mulini ad acqua

Fino agli anni ‘40 il frumento veniva macinato nei mulini ad acqua, i quali rappresentavano un anello di congiunzione tra la tecnica e la tecnologia.

Una pietra che sfrega su un’altra macinando frumento è un principio accettato chissà quanti secoli fa.

La forza che girava la ruota del mulino era data dall’acqua.

Se l’uomo fa passare la giusta quantità di acqua e con la giusta forza, può far muovere grandi pietre.

Esistevano centinaia di mulini operanti nell’area degli Iblei.

Non si comprende come mai la letteratura scientifica si sia sempre occupata di api, di carrubi, di vigne, sempre giustamente, ma mai o quasi mai, di macinazione di frumento per l’alimentazione.

La tradizione mulinara in provincia di Ragusa è antichissima.

Il progetto 1445/90 della Gulliver, ha censito 1500 mulini nel territorio provinciale.

I mulini ad acqua funzionavano tutto l’anno, giorno e notte, producendo in media 600—700 chilogrammi di farina nelle 24 ore.

L’articolo estratto dall’Archeologia industriale negli Iblei, pubblicato sul trimestrale de “La provincia di Ragusa" il 31/10/93 conclude dicendo che le macine erano in pietra di Scicli.

A San Brasi (S.Eiagio) contrada Lincino, esisteva un tipo di pietra mulinara che trovavasi nelle chiuse recintate da muri a secco.

Era una pietra dura e tagliente, in cui si trovavano conchiglie fossili in proporzioni ottimali per dare alla pietra quella durezza e quella resistenza necessarie alla macinazione del frumento.

I maestri di mole erano insieme “pirriaturi e scalpellini”.

“U pirriaturi” fornito di mazza, palo di ferro, piccone, lame, cugni e anche dinamite, spaccava la pietra rustica e interrata, per poi tirarla fuori tramite “u juvu” e portarla sulla strada, dove veniva intagliata e rifinita con gli attrezzi dello scalpellino: “mazzuolu, subbia, scarpieddu, scapizzina, squadra, bugiarda, livieddu, martieddu a testa”.

La roccia veniva prima “scausata”, disotterrata e messa a nudo nelle sue dimensioni spaziali, dopo aver superato l’analisi globale.

Il maestro di mole partiva da Scicli per andare al lavoro, la mattina molto presto, a volte con il piccone sulle spalle e sempre a piedi, raggiungeva S.Brasi salendo per la “scalo ro Padreterno”.

Arrivato sul posto, specie nelle giornate di freddo intenso, accendeva il fuoco con legna del luogo, per scaldare le mani irrigidite dal gelo.

Infatti succedeva spesso che a causa di ciò, “u mazzuolu” impugnato colpisse la mano al posto dello scalpello o della scapizzina.

Le eventuali ferite venivano tamponate con polvere di pietra, che fungeva da penicellina.

Nelle giornate estive invece si lavorava a dorso nudo, si faceva la siesta sotto un carrubo con la testa appoggiata su una pietra.

La sera tardi, dopo il tramonto, finalmente si tornava a casa.

Come è fatta una macina? Essa è formata da circa dodici pietre quasi uguali fra di loro e che messe insieme formavano una ruota, attorno ad un collo centrale.

Le mole variavano in altezza e lunghezza secondo le misure che venivano richieste dai committenti.

Per trasportare la macina nei vari mulini della provincia, le pietre rifinite venivano caricate singolarmente sulle spalle e sistemate quindi sul carretto che le trasportava al luogo di destinazione.

Qui venivano montate e poi cerchiate con cerchi di ferro come quelli dei carretti siciliani.

Dopo il cerchiaggio, nelle fessure tra una pietra e l’altra e tra il collo e le pietre, avveniva una colata di gesso, di modo che la macina di sopra, con la faccia macinante senza gesso, diventava più solida e resistente alla forza centrifuga dell’acqua proveniente dalla “saia” che faceva girare la ruota di legno o di ferro, collegata alla macina soprana.

 
 
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